Fotosub sulla linea di confine: il colore che distrae

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2010_2508_100SZ“Questa è struttura”. No, non sto parafrasando Matrix, è solo una constatazione scaturita dalla visione di una foto raccolta di scatti in bianco e nero.

Mi piace quando si va dritti al sodo, sia nella vita, che in fotografia. Adoro la potenza di un messaggio visivo quando è trasmesso in modo inequivocabile. Ho la sensazione di non dover sprecare energia arrancando tra l’opulenza del colore e l’ambiguità della composizione.

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Trovo molto formativo ascoltare i commenti dei non addetti ai lavori. Spontanei, sinceri, spietati. Non viziati da tecnicismi e pregiudizi, lasciano libero sfogo a ciò che realmente provano quando vedono.

Tutto sommato le nostre immagini sono dedicate a loro non ad altri fotografi!

Spesso il commento è banale. L’immagine è liquidata con un soppesato: “..che bei colori”. Altrettanto interessante è notare come immagini a colori di scarso interesse compositivo, una volta convertite in bianco e nero riscuotano successo nell’emotivo collettivo.

Devo quindi ammettere che sì, il colore distrae dall’intento del fotografo: trasmettere l’unicità della visione.

Non voglio discutere in merito alla veridicità dell’attimo unico e irripetibile, ognuno di noi vede il mondo e gli eventi in modo differente, ma è lecito chiedersi: dove sta la linea di confine tra l’intento e il risultato?

Senza il colore ci si gioca il tutto per tutto. Sensibilità dell’animo, previsualizzazione e composizione sono le regole. Difficili da infrangere questa volta. Per essere creativi l’unico mezzo a disposizione è la lettura della luce e l’immaginazione. Mai abbandonarsi alla casualità del risultato.

Previsualizzare in scala di grigi un’immagine, ancora prima di aver cliccato sul comando “converti”, è cosa assai difficile che richiede allenamento. Per noi fotografi digitali, l’opportunità di osservare su di un monitor come cambia l’immagine, aumentando o diminuendo il contrasto, è una grande fortuna, non sprechiamola!

 

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 “La macchina fotografica è per me un blocco di schizzi, lo strumento dell’intuito e della spontaneità”, così diceva H.C.Besson.

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Se non si è stati iniziati al bianco e nero, ci si sente quasi nudi,  con un foglio bianco in una mano e un carboncino da disegno nell’altra.

Spetta a noi decidere l’intensità del tratto.

Io lascio spazio solo alle emozioni, sono loro che guidano la mano, è ciò che provo nel momento dello scatto che mi porta in modo inconscio a decidere come esporre per un determinato fotogramma.

Realizzare scatti in bianco e nero alle volte è una necessità, soprattutto in situazioni di per sé già monocromatiche.  Toni, forme e trama, prendono il sopravvento. Il colore non è più visto come una tinta ma come contrasto tonale (valore di luminosità).

 

Linee guida forti che trasportano l’osservatore dritto al centro d’interesse diventano fondamentali, evitando che l’occhio si perda.

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La fotografia in bianco e nero è libertà espressiva. “Low key” per esprimere drammaticità. “Hi key” per un’atmosfera onirica , legata al ricordo. Oppure un’immagine ben equilibrata per dare quel tocco nostalgico. Questi sono gli strumenti per creare l’attimo: sono uguali per tutti, la differenza è fatta da quell’esposimetro naturale che sono gli occhi e il cuore. Non bisogna scadere nel considerare il bianco e nero alla stregua di un rimedio per errori di sovraesposizione o sottoesposizione. Partire da un’immagine ben bilanciata è fondamentale. Rompere l’equilibrio, sbilanciare l’immagine a favore dei grigi scuri o chiari è frutto del discernimento non delle circostanze.

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Andare oltre il colore, oltre l’apparenza, solo così un’immagine sarà timbrata a caldo con il nostro “watermark”,  per sempre.

 

Keep shooting

 

Isabella Maffei

 

 

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