Immersione all’isola che non c’è

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Ho dormito qualche ora più del solito stanotte. Mi sveglio con il sole in faccia, le labbra secche e una mano che rotea nell’aria alla ricerca di una bottiglia d’acqua. Nulla da fare, devo alzarmi.

L'isola_Ferdinandea_-_Camillo_De_Vito copia

Faccio due passi verso poppa, guardo la corniche di Pantelleria tra le canne da pesca, gli ami e le lenze che odorano di mare. Questa decisamente è un’isola singolare, la sento spigolosa, non è adatta a me.
La barca dei tunisini a fianco tace, così come il catamarano dei francesi che ho alla mia sinistra.
Lascio che il Capitano riposi ancora per un’oretta mentre inizio a leggere storie di relitti, di corallo e di gronchi audaci che Ninni Ravazza ha raccontato suo libro, regalatomi prima di mettermi per mare.

Non voglio mollare le cime dalle bitte così presto, scendo a terra un’ultima volta. Casualmente mi imbatto in una pescheria il cui banco del pescato è di una bellezza incredibile, una giovane ragazza dai lineamenti suggestivi sta dietro ghiaccio e branchie. Scende dallo sgabello su cui sedeva per chiedermi se avessi bisogno qualcosa, in effetti è così, le chiedo due informazioni sul porto … intanto lei muove con delicatezza una grossa rana pescatrice dal ventre bianco. Gira quei pesci come fossero colori per un pittore, le mani danzano sulle squame ancora viscide della notte. La madre irrompe seccamente nella scena.

Lascio Pantelleria con un doppino, dopo aver sciolto le cime con le gasse d’amante che stavano agli anelli della banchina.

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