L’attimo fuggente

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Il calamaro si muove come un’astronave aliena, ruota, bascula, la luce delle nostre torce lo disturba? L’impressione è piuttosto che lo aiuti nella caccia, che abbia imparato velocemente a seguire il fascio luminoso delle torce standone fuori, nell’ombra, e che approfitti dell’inaspettato aiuto per localizzare le prede.

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Ecco, la torcia illumina un pesce flauto. Anche lui è in caccia, ma i suoi grandi occhi con le pupille dilatate per sfruttare la debole luce ambiente, illuminati dalla torcia, restano abbagliati. Il pesce esita, si blocca nel cono di luce della torcia, e dall’oscurità attorno spuntano improvvisi i tentacoli predatori del calamaro, a confermare l’intelligente opportunismo e il rapido apprendimento, seguiti dagli altri 8 tentacoli che si avvinghiano alla preda, mentre la bocca inietta il veleno paralizzante. Il pesce flauto è bloccato, a metà del lungo corpo, la bocca disegna una O di stupore che il tetano muscolare, diffondendosi attraverso il sangue, blocca per sempre. Sto guidando la notturna, accanto a me un fotografo vede tutta la scena, si avvicina al calamaro che si è bloccato con la sua preda, sta lottando per sottomettere i due grotteschi baffi che spuntano dai due lati, per un lungo attimo la scena è ”da copertina del National Geographic”. Ma che fa il fotografo? Si inginocchia sulla sabbia del fondo. Smanetta con la ghiera dei diaframmi, e quando finalmente alza la custodia per mettere a fuoco la scena… Ciao! Il calamaro ha recuperato la spinta del suo sifone, e in una frazione di secondo lascia la scena, saluta e va a godersi la sua preda al buio.

Perso per sempre, peccato. Siccome credo fermamente che si debba imparare dall’esperienza, e ho sempre amato cercare di fotografare gli animali mentre stanno facendo qualcosa, la mia presenza in questo e in altri episodi simili ha rafforzato in me l’idea che vi espongo di seguito, in chiusura di questa specie di dietro le quinte:

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