Tubbataha Reefs Natural Park World Heritage Park Palawan – Filippine

“Arrive as a guest, leave as a friend”. Così ci hanno congedato i ragazzi dello staff dell’Atlantis Azores, la barca dove abbiamo trascorso una settimana sperduti nel remoto Mar di Sulu, lo specchio d’acqua incastonato tra l’isola di Palawan e l’isola di Mindanao, nelle Filippine. Ma non è corretto, o meglio, è vero che siamo arrivati come ospiti, ma siamo ripartiti come amanti, come sposi. Come innamorati.

Un incendio di rosso screziato divampava quella sera al tramonto, il sole bruciava di passione. Era foriero di quella passione intrattabile che ci avrebbe travolto nei giorni a venire. Ma sul momento non gli davano importanza, impegnati a sistemare le nostre cose a bordo, ancora un po’ frastornati dal lungo viaggio. Era la fase dell’adattamento, non scevra di un’emozione a lungo sopita, repressa, attesa. Un’attesa che durava da due anni, il tempo del rinvio forzato, dovuto alle restrizioni imposte dalla pandemia. Nessuno di noi aveva rinunciato, tanto meno la battagliera e ottimista madrina assoluta del viaggio, Elena di Mete Subacque, che mai aveva smesso di sperare, procrastinando i tempi, tenendoci in serbo quote versate, documenti inviati e sogni sospesi.

Assegnazione delle cabine, presentazione dell’equipaggio, breve descrizione di sé stessi, otto ospiti italiani, tre inglesi, due australiani. Ci siamo sistemati e siamo già sul ponte a guardare le luci della città che svaniscono in lontananza nel lento e solenne levar dell’ancora al momento della partenza.

È l’ora di cena, annunciata dal suono della campanella che da quel momento in poi caratterizzerà le nostre giornate nello scadenzato e serrato ritmo delle attività quotidiane. Quattro immersioni al giorno, precedute dai capolavori grafici dei siti subacquei e dai briefing dettagliati e puntuali delle guide.

Nella notte si parte alla volta dell’atollo Sud del comprensorio delle scogliere coralline di Tubbataha Reefs. Una musica soffusa inonda la cabina alle prime luci dell’alba, è la sveglia mattutina.

È la prima immersione del viaggio e già al secondo tuffo della giornata il colpo di scena. Una Manta Alfredi si libra in lontananza. Scompare. Ci piazziamo strategicamente a ridosso di una formazione corallina, cleaning station, in attesa. Lei riappare, così, di fronte, guarda gli astanti dritto negli occhi. Siamo attoniti, l’entusiasmo è alle stelle. Questo è il viaggio degli unici, dei solitari, dei single. È così che girano a Tubbataha Reefs i grandi predatori, quelli tanto voluti, tanto sperati. Ci imbattiamo in uno splendido esemplare di squalo nutrice adagiato sul fondo sabbioso. Inarca il dorso flessibile e guadagna il largo, con la movenza sinusoidale della lunga pinna caudale. Appare nel blu uno squalo punta nera di reef. Costeggia la barriera corallina, pattugliando il territorio a metà tra abisso e superficie.

Non di solo squali vive il subacqueo, anche se la quantità di pinna bianca di reef e di grigi, in maggioranza di piccola taglia raggruppati in affollate nursery, è all’ordine del giorno. Non sono single, sono famiglie allargate, piramidi gerarchiche parentali. Alcionari dalle mille sfumature, cipree del colore rosso porpora mimetizzate tra i rami di gorgonia, anenomi colonizzati dai pesci pagliaccio. Polpi e aragoste rannicchiati sotto gli anfratti rocciosi, dove i trigoni a macchie blu si nascondono. I grugnitori dolcilabbra, con la loro livrea giallo fosforescente, ti guardano e fanno il broncio. E anche sulla barca, al terzo giorno, i musi sono lunghi, una sottile vena di delusione serpeggia tra i subacquei. È il gigante dei mari che manca all’appello. Forse dipende dalle fasi lunari e dal flusso delle maree, dalla mancanza di correnti e dalla temperatura dell’acqua. Le guide raggiungono l’atollo Nord, si spingono nel blu a Washing Machine, alla ricerca dei pezzi grossi.

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